30/12/11

Venire al mondo


Dammi il silenzio che solo tu sai dare,
brucia la mia anima, brucia le mie vene
fai che il cammino sia breve,
tutto quello che non ho
è ciò che mi manca,
questa vita è troppo lunga
e la mia voce è già stanca.
Vorrei strappare i tuoi occhi,
così che il cielo non possa più guardarmi.
Io non ti amo
e non ti ho mai amato,
perchè sono stanco
stanco come una montagna,
come la tua bocca quando mi parla,
perchè la vita è come una spugna
che assorbe ogni cosa,
ogni emozione,
ogni parola
e ora non mi rimane più niente
ma il mio sangue scorre
e scorre come un fiume.
Ti prego indicami la fine
perchè non resisto più
dimmi dov'è che il cielo finisce
dimmi dov'è che il mare finisce
dimmi dov'è che il tuo amore finisce
dimmi dov'è che la vita finisce.
L'errore è nascere
solo nascere.
Venire, venire al mondo
venire sopra il tuo corpo.

26/12/11

"Aveva gettato uno sguardo per il giardino ed era come se frammenti delle sue palpebre si fossero staccati per mettersi a svolazzare e saltellare davanti a lui, muovendosi nervosamente in ombre e forme, sussultando al colpevole cicalare della sua mente, non ancor voci del tutto, ma queste tornavano, queste tornavano; un'immagine della sua anima come una città apparve ancora una volta davanti a lui, ma una città, questa volta, devastata, folgorata nel cupo sentiero dei suoi eccessi, e chiudendo gli occhi brucianti egli aveva pensato al perfetto funzionamento del sistema in coloro che vivono veramente, commutatori ben connessi, nervi tesi solo nel caso di un autentico pericolo, e ora in preda a un sonno senza incubi, calmo, non in riposo, ma in equilibrio: un villaggio pacifico. Gesù, come era esasperata la tortura (e intanto c'era ragione di supporre che gli altri credessero che lui si divertisse immensamente) dall'avere coscienza di tutto ciò e nello stesso tempo dalla consapevolezza di come tutto l'orribile meccanismo si venisse disintegrando, con la luce che ora si accendeva ora si spegneva, ora troppo abbagliante ora troppo fioca, col bagliore di una batteria morente a singulti di luce... per poi finalmente sapere tutta la città sprofondata nelle tenebre, dove ogni comunicazione è perduta e il movimento diviene mera ostruzione e le bombe minacciano e le idee fuggono alla rinfusa...
Il Console aveva finito ora il suo bicchiere di insipida birra."
(Malcom Lowry - Sotto Il Vulcano)

23/12/11

Il freddo gela le idee che come biglie impazzite attraversano la mia mente. Non c'è una soluzione a questo infinito avvicendarsi di ore, giorni, albe e tramonti, attimi sospesi tra falsi piaceri e sensazioni di vuoto assoluto. Tra due giorni è natale e l'unico desiderio che mi opprime è quello di chiudere finalmente gli occhi. Sono stanco di stare a guardare questo strano mondo che scorre davanti a me. Mai come ora mi seno estraneo a tutto questo.
Ogni giorno mi sveglio in una realtà sempre più confusa e sconosciuta. Tutte queste parole che scorrono sui giornali pregni d'inchiostro mi appaiono come geroglifici indecifrabili. Questa crisi ormai sulla bocca di tutti, quest'ipocrisia diffusa di criticare ciò che si è contibuito a creare - così da giustificare ogni azione o imposizione bieca e infame -, questo bisogno di sentirsi protagonisti, questo chiacchiericcio squallido da bar, ecco tutto questo e molto altro mi lascia totalmente indifferente e con una profonda sensazione di nausea che pervade il mio corpo. Vorrei semplicemente chiudere gli occhi e tapparmi le orecchie.
Sarò vigliacco, ma se questo è il vostro esercito, io sarò il primo a disertare, se questa è la vostra prigione, sarò il primo a fare una fune con le lenzuola per appendermi al soffitto. Infine, se questo è il vostro mondo, non contate su di me.
E nella mia consapevolezza di essere infinitamente debole e impotente non desidero compassione, ma la più totale indifferenza. Eremita isolato all'interno del mio fragile corpo non chiedo di essere compreso ma, al contrario, di essere ignorato e lasciato in pace.
Davanti ad un futuro impossibile non mi rimane che aspettare. Nel frattempo l'unica cosa che potrebbe allietare l'attesa è forse quella di andare a vivere in uno di quei fari di segnalazione sperduti su quelle coste rocciose che combattono ogni giorno la loro lotta immortale contro l'oceano. Sò che, purtroppo, questi fari sono ormai totalmente automatizzati e non necessitano di manutenzione se non molto sporadicamente. Ma non importa, io non chiedo denaro, mi basterebbe un pasto al giorno, qualche libro, carta e penna, una luce, una branda e magari una piccola stufa a legna e una scorta di tabacco. Non è poco, ma, infondo, non credo sia neanche pretendere troppo. E poi se proprio devo sognare questa è l'unica cosa che ora mi viene in mente e sono sincero.
Assistere a quelle due maestose potenze (terra e mare) che febbrilmente si scontrano, ora dopo ora, minuto dopo minuto, tra tregue apparenti e violente battaglie, sarebbe per me l'ispirazione più grande. Lì, in quell'apparente desolazione, è racchiuso, secondo me, l'estremo significato della natura umana, che è ormai scomparso in queste città immense come cimiteri a cielo aperto.
Certo è probabile che dopo qualche mese di totale isolamento impazzirei, ma in quel caso ci sarebbero sempre le grandi braccia dell'oceano pronte ad accogliermi.

21/12/11

"Quanto al resto, si ha un bel darsi da fare, si scivola, si sbanda, si ricasca nell'alcool che conserva i vivi e i morti, non si arriva a niente. E' assolutamente provato. E' da tanti di quei secoli che possiamo guardare i nostri animali che nascono, faticano e muoiono davanti a noi senza che a loro gli sia mai capitato nient'altro di speciale che non fosse ricominciare lo stesso insulso fallimento là dove tanti altri animali l'avevano lasciato. Avremmo dunque dovuto capire quello che capitava. Ondate incessanti di esseri inutili vengono dal fondo dei tempi a morire in continuazione davanti a noi, e tuttavia restiamo lì, a sperare qualcosa... Nemmeno capaci di pensare la morte che siamo."

(Louis-Ferdinand Céline - Viaggio Al Termine Della Notte) 

17/12/11


Ho bisogno di respirare aria nuova,
scoprire angoli illuminati,
dove la vista non fa fatica
a perdere coscienza.
Questo è il mio desiderio,
il mio ultimo sogno,
un alba nuova da scorgere
e un ultimo tramonto in cui perdersi.
Sono schiavo di me stesso,
dei miei problemi,
della mia pelle arruginita,
ho bisogno di calore
a ogni ora del giorno,
il mio sangue è freddo
e ho paura di diventare
ciò che già sono ormai.
Ho seguito il sentiero,
ho scavato una buca
e li ho rinchiuso la mia anima.
Ora ho perso la rotta
e mi sento così vuoto,
vuoto come l’oceano,
freddo come l’aria,
in preda ai ritmi del mondo,
giorno e notte,
albe tramonti e stagioni,
non sò più dove sono
e non mi sono mai mosso da qui
e ho viaggiato per distese di città,
paesaggi di palazzi illuminati,
visi e amori e suoni metallici,
e non sono mai torna indietro
e non mi sono mai mosso da qui
e non ho mai chiesto altro
che tutto quello che già ho,
sono io che mi manco.
E non so dove sono,
perso nei meandri della mia mente bagnata,
cercando segnali tra la nebbia,
in ogni alba
spero di scorgere qualcosa,
un ombra,
un sentiero,
o anche solo
la fine.


Il caos quotidiano strisciante si insinua in silenzio in questa mattina paralizzata tra deliri insonni e assurdi pellegrinaggi senza senso nè direzione.
Immobile, tra inutili luci natalizie a intermittenza, fatico a riconoscermi, come se il riflesso sbiadito di quell’ombra che in continuazione mi segue fosse solo il prodotto di una qualche illusione ottica. Mi assale con prepotenza il dubbio del non essere. Sono forse un fantasma? Gli sguardi della gente mi attraversano senza fatica e tutta la città scorre impegnata nella sua folle complessità, totalmente ignara del mio smarrimento e della mia confusa immobilità.
Un’ora fà, davanti all’edicola, mentre ero intento ad acquistare il solito inutile giornale, apparve una signora di mezza età, dall’aspetto perfido e luciferino, che, avvolta nel suo squallido piumino beige, senza guardarmi neanche, come se non si fosse accorta di me, un secondo prima che riuscissi a rivolgermi all’edicolante, ordinò noncurante la sua bella rivista di gossip e dopo aver pagato se ne andò senza salutare. Allora accadde qualcosa di strano. La signora dietro il box dei giornali, che pure prima mi aveva anche dato un accenno di saluto, improvvisamente sembrò dimenticarsi della mia presenza.
Era come se, leggittimata dalla totale indifferenza della vecchia in beige, da un momento all’altro avesse smesso di vedermi e sentirmi. Lì, in quella desolata edicola, così come un fulmine scompare nel cielo dandoti a malapena la possiblità di notarlo, io smisi di esistere.
Provai più volte ad attirare, in qualche modo, l’attenzione dell’edicolante, ma lei senza farci caso continuò a ignorarmi, impegnata a sistemare giornali dietro il bancone. Così, come ero entrato, uscii senza far rumore, privo del giornale e privo della mia ombra, che in quel momento sembrava come essersi improvvisamente astenuta da quel pedinarmi continuo.
In quel momento mi domandai se davvero fossi diventato una sorta di fantasma, un essere invisibile ma mortale che impotente vive nel silenzio e nella solitudine. All’istante tutti gli assurdi avvenimenti che mi erano capitati negli ultimi mesi mi furono più chiari.
Mi ritrovai seduto al solito tavolino del solito bar, con l’inutile radio ronzante di sottofondo, intento a riflettere su J. che da un giorno all’altro sembrava essersi dimenticata della mia esistenza, o alla completa scomparsa nel nulla di molti dei miei amici e infine a tutta quella massa di persone che ogni giorno scorreva per le strade come rapide violente e incessanti, senza minimamente accorgersi della mia presenza e attraversandomi con lo sguardo e a volte persino con il corpo. Tutto mi era chiaro.
La mia pelle, il mio corpo, erano illusioni della mia mente, il mio cuore e il mio sangue, che ancora sembrava scorrere, erano solo il ricordo di ciò che era stato.
Non esistevo. Forse non ero mai esistito veramente.
I dubbi cominciarono ad assalirmi, le paure riempirono ogni mio pensiero. Confuso e silenzioso mi alzai quasi tremante, quando improvvisamente uno squarcio di quel sole invernale, che troneggiava nel cielo, entrò nella veranda del bar illuminandomi parzialmente. Istintivamente mi voltai e con stupore vidi comparire, disegnata sul muro, la mia ombra. La mia instancabile ossessione, sorvegliante del mio corpo e della mia anima, testimone diffidente di ogni secondo, di ogni giornata, era ancora lì, alle mie spalle, leggermente sbiadita ma dai contorni ancora evidenti.
Forse mi ero sbagliato, pensai. Esistevo, ero reale come il sole e le nuvole, come quegli stessi fulmini che, nonostante improvvisi e sfuggenti, esistevano e lasciavano sempre un bagliore nel cielo o magari il fragore di un tuono per ricordarlo.
Entrai nel bar per pagare la colazione, andai alla cassa e, proprio mentre stavo per tirare fuori il portafoglio, di nuovo un signore anziano si intromise con i suoi baffi bianchi e spavaldi e, passandomi praticamente attraverso, pagò il suo caffè senza neanche notarmi.
Non potevo crederci, confuso mi guardai intorno e provai a parlare con il barista ma, senza farci caso, tornò alla macchinetta del caffè. Mi fermai un attimo per riflettere e poi uscii in silenzio.
Infondo, pensai, una colazione gratuita non era da buttare via. Cosa importa poi del resto.
Me ne andai dritto per la mia strada, senza tante preoccupazioni, bestemmiando come al solito per quel caos strisciante che popolava la città ogni mattina, in compagnia della mia solita ossessione che, credendo di non esser vista, silenziosamente mi seguiva, nascosta dietro le mie spalle. Ma io riuscivo a sentirla, sapevo che era lì, fedele come sempre, ormai quasi in simbiosi con quel mio corpo stanco. E anche io ero lì, ombra della mia ombra, esistevo in funzione di essa. Potevano anche attraversarmi con i loro sguardi o ignorare la mia presenza, ma il mio cuore, anche se a fatica, batteva e il mio sangue imperterrito scorreva ancora.
E fanculo a tutto il resto.

13/12/11

I giorni scorrono in silenzio,
come le luci dei lampioni
in una strada di campagna.
Il buio intorno,
il gelo negli occhi.
Forse dovrei fermarmi,
fermarmi qui
e chiedere informazioni a qualcuno
- Dove siamo qui? dove sono?
Cos'è questo freddo? -
Invece di continuare
lungo questa strada
che sembra non finire più.
A volte poi mi distraggo,
immagino il mare,
il mare intorno,
ovunque,
il rumore dell'acqua,
poi riprendo a guardare
quella linea bianca
che fissa scorre
davanti a me,
prima o poi arriverà da qualche parte,
prima o poi il buio,
quel buio che sfregia la notte,
lascerà spazio alla luce
e il gelo,
quel gelo immortale,
darà tregua ai nostri corpi.


12/12/11

"Ho pensato spesso con gioia alla rovina che il tempo va facendo alle mie memorie; piú spesso vi ho pensato con dolore. Dimenticare! È uccidersi, è rinunciare a quell’unico bene che possediamo realmente e impreteribilmente, al passato. Ché se si potessero dimenticare soltanto le gioie, forse l’oblio potrebbe essere giustamente desiderato; ma dei nostri dolori noi siamo superbi e gelosi, noi li amiamo, noi li vogliamo ricordare. Sono essi che compongono la corona della vita.
Il passato è la misura del tempo che abbiamo percorso, la misura di quello che ci rimane a percorrere. Perciò noi lo teniamo caro, perché ci fa fede dell’accorciarsi progressivo dell’esistenza. Un’avidità febbrile di morire affatica inconsciamente gli uomini. Chi vorrebbe tornare indietro un’ora, un minuto, un istante nella sua vita? Nessuno; e pure si ama, e si rimpiange questo passato che si ha orrore di rinnovare.
Scrivere ciò che abbiamo sofferto e goduto, è dare alle nostre memorie la durata della nostra esistenza. Scrivere per noi per rileggere, per ricordare in segreto, per piangere in segreto. Ecco perché scrivo."

Iginio Ugo Tarchetti - Fosca 

06/12/11


E non so quasi più che giorno è
e forse questo momento l’ho già vissuto,
con la stessa intensità,
le stesse parole non dette,
la stessa paura.
Ma vorrei guardarti a fondo nell’anima
per prometterti che è tutta una bugia,
magari solo un sogno distratto,
tutta un’invenzione,
una messa in scena.
Vorrei farti ridere un pò,
mostrandoti le cicatrici rimaste,
vorrei aprire i tuoi occhi
per nutrirmi di quei silenzi,
così come fossimo ancora un pò amanti,
ancora un pò ubriachi,
ancora persi nel buio di quella notte,
quella notte senza fine
che usciva fuori dal tuo sguardo.
Perchè riconoscerei la tua voce
anche nel fondo dell’oceano,
e il tuo volto è impresso nella mia mente,
così a fondo,
la tua pelle, il tuo odore, i tuoi baci,
non dimenticherei mai nulla di tutto questo,
neanche il piu piccolo particolare,
semplicemente perchè,
nulla di tutto ciò è mai esistito.

05/12/11


E poi perdersi, per ritrovarsi ancora uguali a ieri, immersi nella confusione più totale. Anni e anni di nulla. Ore perse nel vuoto del nostro corpo pieno d’aria. Masochismo puro come insonnia all’anfetamina. Non c’è niente da guardare, niente di interessante in questa deserta mostra dell’assurdità. Le pareti della mia mente sono ricoperte da una carta da parati ammuffita e strappata qua e là. Un buio silenzioso padroneggia la stanza, solo le mura sono lievemente illuminate da piccoli lumi appesi. Al centro il nulla più assoluto. Un universo senza stelle. Sulla carta da parati si intravedono segni indecifrabili e avvicinandosi di più quei segni diventano lettere. Parole dietro parole, frasi sconnesse, binari pieni di alfabeti distorti e privi di logica, scorrono in ogni direzione. Nessuna immagine, nessun suono. Vibra il pavimento.
La stazione è piena di gente, si diramano ovunque, pieni di se, ognuno per la sua strada, assorti nei loro pensieri. Sguardi che non si incrociano e non si incroceranno mai. Migliaia di persone passano di lì ogni giorno. Come formiche impazzite si rifugiano nei treni, pieni di quella frettolosa avidità di tornare nelle loro tane. Niente altro che corpi pieni di aria. Non cercano niente, non vogliono niente. Si accontentano del loro nulla pieno di niente. Amano quel nulla che li riempie. Lo proteggono con cura. Come se a qualcuno potesse interessare quell’ammasso di ossa e polvere. Provo pena per loro. L’uomo è presuntuoso tanto quanto dio stesso, o almeno, la concezione di dio. Perchè Dio, ammesso che esista, è misericordia pura, altrimenti avrebbe già sterminato la sua misera creazione.
Oggi è un lunedì uguale a quello prima. Un giorno come tanti. Un insieme di ore privo di misura. Giorno, notte, sonno, veglia, sogno, delirio, realtà. Come distinguere stadi di coscienza quando ci si è persi da talmente tanto tempo che il proprio nome appare sbiadito anche sulla carta d’identità (?). E’ come quando da piccolo giravi e giravi su te stesso per perdere l’equilibrio e poi cadere confuso sulla poltrona. In quei pochi secondo perdevi di vista lo stato delle cose. Non sapevi più dov’eri, nè che giorno fosse. Ecco io mi sento come se da anni ormai fossi steso su quella poltrona, con la testa che ancora gira confusa, privo di coscienza, immerso nel torpore più assoluto, guardandomi intorno.
"Entrai in una valanga
Che travolse la mia anima
Quando non sono questo gobbo che tu vedi
Io dormo sotto la collina dorata
Tu che vuoi conquistare pena
Devi imparare, imparare a servirmi bene.
Per caso mi colpisci al fianco
Mentre t'immergi per l'oro
Lo storpio che qui vesti e nutri
Non è morto di fame nè di freddo.
Lui non chiede la tua compagnia
Non al centro, al centro del mondo.
Non fosti tu ad innalzarmi
Sul piedistallo in cui sono
Le tue leggi non mi costringono
A inginocchiarmi grottesco e nudo
IO STESSO SONO IL PIEDISTALLO
DI QUESTA TURPE GOBBA CHE STAI A GUARDARE.
Tu che vuoi conquistare pena
Devi imparare cosa mi rende gentile
LE BRICIOLE D'AMORE CHE MI OFFRI 
SONO LE BRICIOLE CHE MI SON LASCIATO DIETRO
La tua pena non ha credenziali qui
E' solo un'ombra, un'ombra della mia ferita.
Ho cominciato a desiderarti
Io che non ho credo
Ho cominciato a cercarti 
Io che non ho bisogni
Dici che te ne sei andata
MA POSSO SENTIRTI QUANDO RESPIRI.
Non vestire quegli stracci per me
So che non sei povera
E non amarmi così ardentemente ora
Quando sai di non essere sicura
Tocca a te, cara
E' LA TUA CARNE CHE INDOSSO."


Leonard Cohen - Avalanche


03/12/11

"Chiunque si salva con il sonno, chiunque ha del genio mentre dorme: non c'è differenza tra i sogni di un macellaio e quelli di un poeta. Ma la nostra chiaroveggenza non può tollerare che una tale meraviglia duri, né che l'ispirazione sia messa alla portata di tutti: il giorno ci sottrae i doni che la notte ci dispensa. Solo il pazzo possiede il privilegio di passare senza contrasti dall'esistenza notturna a quella diurna: nessuna distinzione per lui tra il sogno e la veglia. Egli ha rinunciato alla nostra ragione, come il vagabondo ai nostri beni. Entrambi hanno trovato la strada che conduce fuori della sofferenza e risolto tutti i nostri problemi; restano così dei modelli che non possiamo seguire, dei salvatori senza adepti."
(Emil Cioran - La Tentazione di Esistere) 

02/12/11


Era strano immaginare le figure di te e di lui
distese all’ombra di una camera d’albergo,
un albergo vicino alla stazione,
niente di impegnativo,
di quelli pieni di colori tristi
e angoli bui.
Io ti lasciai andare
con un semplice saluto,
e tu nell’ombra di quella stanza
ai piedi di un letto mal rifatto
in ginocchio davanti a lui,
la tue pelle così bianca
il tuo seno così bello
e quel tuo amore così grande.
Mi hai detto:
- amore perdonami -
mentre quella cucina
sprofondava sotto i miei piedi,
“amore perdonami
ti prego
è stato solo un errore,
un errore dovuto alle circostanze.”
Le circostanze,
le stanze a ore
e i tuoi occhi in lacrime.
Mi hai detto:
“dopo averlo fatto
ho pianto per ore”
per ore
i tuoi occhi in lacrime.
Ma io,
io non volevo sentire niente,
solo una cosa
volevo sapere:
dimmi amore,
dimmi,
cosa vi siete detti
distesi in quel letto,
all’ombra di persiane scadenti,
dopo aver frantumato
in un ora
la mia vita?

01/12/11

Il sole cuoceva le nostre anime stanche,
era luglio e Roma sembrava il deserto.
Non facevamo niente altro che respirare
e lo facevamo con fatica,
era come una guerra contro noi stessi
e sapevamo che ne saremmo usciti sconfitti,
come Bardamù nelle colonie africane
o in un america sconosciuta
perdevamo il nostro coraggio ad ogni risveglio.
La monotonia era parte di noi,
dei tramonti mai così tanto attesi,
talmente tanto che poi, mentre guardavamo
il sole sparire,
avremmo voluto fermare il tempo
per fuggire via.
Io ogni lunedì mattina alle 8.15
andavo puntuale all'apertura del sert
- mi affidavano un'altra settimana di vita -
la dottoressa fingeva anche di interessarsi
di me e della mia vita
della mia malattia.
Uscivo da quel posto un pò stanco
come se non avessi mai dormito,
mi sedevo nel bar più squallido del quartiere
per evitare la folla di chi vive il giorno, 
in un angolo tiravo fuori un piccolo quaderno
e nascosto come un vigliacco
scrivevo.
Scrivevo pensieri senza molto significato
sempre le stesse parole
la stessa poesia miliardi di volte,
scrivevo di te e dei tuoi occhi,
del sole che brucia la pelle,
del metadone e di quella mattina d'estate
in cui tutto d'un tratto un temporale
squarciò quel paesaggio di fiamme
e i fulmini illuminavano la tua pelle
e la pioggia ci confondeva le idee
e dopo nulla fu più come prima
noi stessi, quell'estate
fu come una sconfitta
anche solo per un istante.