Il sole cuoceva le nostre anime stanche,
era luglio e Roma sembrava il deserto.
Non facevamo niente altro che respirare
e lo facevamo con fatica,
era come una guerra contro noi stessi
e sapevamo che ne saremmo usciti sconfitti,
come Bardamù nelle colonie africane
o in un america sconosciuta
perdevamo il nostro coraggio ad ogni risveglio.
La monotonia era parte di noi,
dei tramonti mai così tanto attesi,
talmente tanto che poi, mentre guardavamo
il sole sparire,
avremmo voluto fermare il tempo
per fuggire via.
Io ogni lunedì mattina alle 8.15
andavo puntuale all'apertura del sert
- mi affidavano un'altra settimana di vita -
la dottoressa fingeva anche di interessarsi
di me e della mia vita
della mia malattia.
Uscivo da quel posto un pò stanco
come se non avessi mai dormito,
mi sedevo nel bar più squallido del quartiere
per evitare la folla di chi vive il giorno,
in un angolo tiravo fuori un piccolo quaderno
e nascosto come un vigliacco
scrivevo.
Scrivevo pensieri senza molto significato
sempre le stesse parole
la stessa poesia miliardi di volte,
scrivevo di te e dei tuoi occhi,
del sole che brucia la pelle,
del metadone e di quella mattina d'estate
in cui tutto d'un tratto un temporale
squarciò quel paesaggio di fiamme
e i fulmini illuminavano la tua pelle
e la pioggia ci confondeva le idee
e dopo nulla fu più come prima
noi stessi, quell'estate
fu come una sconfitta
anche solo per un istante.
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