E poi perdersi, per ritrovarsi ancora uguali a ieri, immersi nella confusione più totale. Anni e anni di nulla. Ore perse nel vuoto del nostro corpo pieno d’aria. Masochismo puro come insonnia all’anfetamina. Non c’è niente da guardare, niente di interessante in questa deserta mostra dell’assurdità. Le pareti della mia mente sono ricoperte da una carta da parati ammuffita e strappata qua e là. Un buio silenzioso padroneggia la stanza, solo le mura sono lievemente illuminate da piccoli lumi appesi. Al centro il nulla più assoluto. Un universo senza stelle. Sulla carta da parati si intravedono segni indecifrabili e avvicinandosi di più quei segni diventano lettere. Parole dietro parole, frasi sconnesse, binari pieni di alfabeti distorti e privi di logica, scorrono in ogni direzione. Nessuna immagine, nessun suono. Vibra il pavimento.
La stazione è piena di gente, si diramano ovunque, pieni di se, ognuno per la sua strada, assorti nei loro pensieri. Sguardi che non si incrociano e non si incroceranno mai. Migliaia di persone passano di lì ogni giorno. Come formiche impazzite si rifugiano nei treni, pieni di quella frettolosa avidità di tornare nelle loro tane. Niente altro che corpi pieni di aria. Non cercano niente, non vogliono niente. Si accontentano del loro nulla pieno di niente. Amano quel nulla che li riempie. Lo proteggono con cura. Come se a qualcuno potesse interessare quell’ammasso di ossa e polvere. Provo pena per loro. L’uomo è presuntuoso tanto quanto dio stesso, o almeno, la concezione di dio. Perchè Dio, ammesso che esista, è misericordia pura, altrimenti avrebbe già sterminato la sua misera creazione.
Oggi è un lunedì uguale a quello prima. Un giorno come tanti. Un insieme di ore privo di misura. Giorno, notte, sonno, veglia, sogno, delirio, realtà. Come distinguere stadi di coscienza quando ci si è persi da talmente tanto tempo che il proprio nome appare sbiadito anche sulla carta d’identità (?). E’ come quando da piccolo giravi e giravi su te stesso per perdere l’equilibrio e poi cadere confuso sulla poltrona. In quei pochi secondo perdevi di vista lo stato delle cose. Non sapevi più dov’eri, nè che giorno fosse. Ecco io mi sento come se da anni ormai fossi steso su quella poltrona, con la testa che ancora gira confusa, privo di coscienza, immerso nel torpore più assoluto, guardandomi intorno.
La stazione è piena di gente, si diramano ovunque, pieni di se, ognuno per la sua strada, assorti nei loro pensieri. Sguardi che non si incrociano e non si incroceranno mai. Migliaia di persone passano di lì ogni giorno. Come formiche impazzite si rifugiano nei treni, pieni di quella frettolosa avidità di tornare nelle loro tane. Niente altro che corpi pieni di aria. Non cercano niente, non vogliono niente. Si accontentano del loro nulla pieno di niente. Amano quel nulla che li riempie. Lo proteggono con cura. Come se a qualcuno potesse interessare quell’ammasso di ossa e polvere. Provo pena per loro. L’uomo è presuntuoso tanto quanto dio stesso, o almeno, la concezione di dio. Perchè Dio, ammesso che esista, è misericordia pura, altrimenti avrebbe già sterminato la sua misera creazione.
Oggi è un lunedì uguale a quello prima. Un giorno come tanti. Un insieme di ore privo di misura. Giorno, notte, sonno, veglia, sogno, delirio, realtà. Come distinguere stadi di coscienza quando ci si è persi da talmente tanto tempo che il proprio nome appare sbiadito anche sulla carta d’identità (?). E’ come quando da piccolo giravi e giravi su te stesso per perdere l’equilibrio e poi cadere confuso sulla poltrona. In quei pochi secondo perdevi di vista lo stato delle cose. Non sapevi più dov’eri, nè che giorno fosse. Ecco io mi sento come se da anni ormai fossi steso su quella poltrona, con la testa che ancora gira confusa, privo di coscienza, immerso nel torpore più assoluto, guardandomi intorno.
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