Il caos quotidiano strisciante si insinua in silenzio in questa mattina paralizzata tra deliri insonni e assurdi pellegrinaggi senza senso nè direzione.
Immobile, tra inutili luci natalizie a intermittenza, fatico a riconoscermi, come se il riflesso sbiadito di quell’ombra che in continuazione mi segue fosse solo il prodotto di una qualche illusione ottica. Mi assale con prepotenza il dubbio del non essere. Sono forse un fantasma? Gli sguardi della gente mi attraversano senza fatica e tutta la città scorre impegnata nella sua folle complessità, totalmente ignara del mio smarrimento e della mia confusa immobilità.
Un’ora fà, davanti all’edicola, mentre ero intento ad acquistare il solito inutile giornale, apparve una signora di mezza età, dall’aspetto perfido e luciferino, che, avvolta nel suo squallido piumino beige, senza guardarmi neanche, come se non si fosse accorta di me, un secondo prima che riuscissi a rivolgermi all’edicolante, ordinò noncurante la sua bella rivista di gossip e dopo aver pagato se ne andò senza salutare. Allora accadde qualcosa di strano. La signora dietro il box dei giornali, che pure prima mi aveva anche dato un accenno di saluto, improvvisamente sembrò dimenticarsi della mia presenza.
Era come se, leggittimata dalla totale indifferenza della vecchia in beige, da un momento all’altro avesse smesso di vedermi e sentirmi. Lì, in quella desolata edicola, così come un fulmine scompare nel cielo dandoti a malapena la possiblità di notarlo, io smisi di esistere.
Provai più volte ad attirare, in qualche modo, l’attenzione dell’edicolante, ma lei senza farci caso continuò a ignorarmi, impegnata a sistemare giornali dietro il bancone. Così, come ero entrato, uscii senza far rumore, privo del giornale e privo della mia ombra, che in quel momento sembrava come essersi improvvisamente astenuta da quel pedinarmi continuo.
In quel momento mi domandai se davvero fossi diventato una sorta di fantasma, un essere invisibile ma mortale che impotente vive nel silenzio e nella solitudine. All’istante tutti gli assurdi avvenimenti che mi erano capitati negli ultimi mesi mi furono più chiari.
Mi ritrovai seduto al solito tavolino del solito bar, con l’inutile radio ronzante di sottofondo, intento a riflettere su J. che da un giorno all’altro sembrava essersi dimenticata della mia esistenza, o alla completa scomparsa nel nulla di molti dei miei amici e infine a tutta quella massa di persone che ogni giorno scorreva per le strade come rapide violente e incessanti, senza minimamente accorgersi della mia presenza e attraversandomi con lo sguardo e a volte persino con il corpo. Tutto mi era chiaro.
La mia pelle, il mio corpo, erano illusioni della mia mente, il mio cuore e il mio sangue, che ancora sembrava scorrere, erano solo il ricordo di ciò che era stato.
Non esistevo. Forse non ero mai esistito veramente.
I dubbi cominciarono ad assalirmi, le paure riempirono ogni mio pensiero. Confuso e silenzioso mi alzai quasi tremante, quando improvvisamente uno squarcio di quel sole invernale, che troneggiava nel cielo, entrò nella veranda del bar illuminandomi parzialmente. Istintivamente mi voltai e con stupore vidi comparire, disegnata sul muro, la mia ombra. La mia instancabile ossessione, sorvegliante del mio corpo e della mia anima, testimone diffidente di ogni secondo, di ogni giornata, era ancora lì, alle mie spalle, leggermente sbiadita ma dai contorni ancora evidenti.
Forse mi ero sbagliato, pensai. Esistevo, ero reale come il sole e le nuvole, come quegli stessi fulmini che, nonostante improvvisi e sfuggenti, esistevano e lasciavano sempre un bagliore nel cielo o magari il fragore di un tuono per ricordarlo.
Entrai nel bar per pagare la colazione, andai alla cassa e, proprio mentre stavo per tirare fuori il portafoglio, di nuovo un signore anziano si intromise con i suoi baffi bianchi e spavaldi e, passandomi praticamente attraverso, pagò il suo caffè senza neanche notarmi.
Non potevo crederci, confuso mi guardai intorno e provai a parlare con il barista ma, senza farci caso, tornò alla macchinetta del caffè. Mi fermai un attimo per riflettere e poi uscii in silenzio.
Infondo, pensai, una colazione gratuita non era da buttare via. Cosa importa poi del resto.
Me ne andai dritto per la mia strada, senza tante preoccupazioni, bestemmiando come al solito per quel caos strisciante che popolava la città ogni mattina, in compagnia della mia solita ossessione che, credendo di non esser vista, silenziosamente mi seguiva, nascosta dietro le mie spalle. Ma io riuscivo a sentirla, sapevo che era lì, fedele come sempre, ormai quasi in simbiosi con quel mio corpo stanco. E anche io ero lì, ombra della mia ombra, esistevo in funzione di essa. Potevano anche attraversarmi con i loro sguardi o ignorare la mia presenza, ma il mio cuore, anche se a fatica, batteva e il mio sangue imperterrito scorreva ancora.
E fanculo a tutto il resto.
Adorei...
RispondiEliminaEstou Maravilhada com os post's, segui o link do canal do youtube, que também adoro... Boa música... bons escritos...
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